Il rigore morale dove finì?

Tinebra, Petralia e Palma, i magistrati che avallarono Scarantino.

Le stragi hanno segnato il nostro paese, lo Stato deviato vinse sulla giustizia, ma, ci sono ancora uomini che cercano la verità sulla morte di Paolo Borsellino.

La verità. Che cos’è la verità? La risposta dello Stato per bene, della popolazione che sfida ogni giorno mafia e istituzioni malate. Inchieste che individuano picciotti, boss, pentiti e falsi pentiti ma, nessuno degli uomini di istituzioni colpevole.

Una groviera quell’indagine, in un contesto europeo quello del 1992 dove v’è la caduta del muro di Berlino, una reale apertura alla pluralità democratica ed in Italia si muoveva la giustizia dei buoni, quella che inevitabilmente si imbattè nel sodalizio tra Stato e mafia.

Mafia e appalti, quel rilevante potere economico che scateno il golpe del 1992 con le stragi di Stato.

Lo Stato deviato che uccide lo Stato.

Chi era Arnaldo La Barbera? Capo della squadra mobile di Palermo dall’agosto del 1988. Si occupa della strage di via D’Amelio. Convince a collaborare Vincenzo Scarantino, che si scoprirà essere un falso pentito.

« …La Barbera ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa… »
(Sentenza sul processo Borsellino quater)

 Inoltre l’ex boss Francesco Di Carlo dichiarò ai giudici della Corte d’Assise di Palermo, che si occuparono della trattativa Stato-mafia: “Quand’ero detenuto in Inghilterra, vennero a trovarmi un tale Giovanni, forse uno dell’esercito, una persona inglese e un altro, che poi, vedendo la sua foto sui giornali,  si scoprii essere La Barbera, il capo della Mobile di Palermo. Giovanni mi disse che si doveva procedere a fare andare via Falcone dal capoluogo siciliano; mi disse tante cose brutte sul giudice, che stava facendo grossi danni. Bisognava mandarlo fuori al più presto”. 

Si colloca tale dichiarazione ai tempi dell’attentato dell’Addura.

(Digressione) Ricordo in tale contesto l’uccisione di Antonino Agostino. 5/8/1989 

Avevano paura dell’onestà di Nino, il cacciatore di latitanti.

Catullo il nome in codice di La Barbera per il SISDE, descritto come spietato, capace di sparare a sangue freddo dichiara in occasione della morte di Agostino :“Alta mafia il suo omicidio”.

Chi era sopra La Barbera? Chi dava indicazioni ai magistrati? Chi proteggeva chi? Perchè?

Dunque, un intreccio tra istituzioni e servizi segreti che attanaglia ancora la verità e che per quella strage del 1992 è dovuta; una procura massonica con a capo Tinebra che in quei primi anni della strage fu grossolana e pilotata.

Un severo intreccio tra stato, servizi segreti, istituzioni, mafiosi e massoneria che gira come una ruota panoramica con troppe urla e poco panorama.

“Uno Stato che ha più colpe di ogni altro” secondo Paolo.

Uno Stato che uccise la Giustizia e si fa complice della mancata verità.