Un nome noto, un cuore voglioso di verità.

Fiammetta Borsellino e la sua verità.

Sono passati 26 anni dalla morte di mio padre, Paolo Borsellino, ucciso a Palermo insieme ai poliziotti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. E, ancora, aspettiamo delle risposte da uomini delle istituzioni e non solo. Ci sono domande – le domande che io e miei fratelli Manfredi e Lucia non smetteremo di ripetere – che non possono essere rimosse dall’indifferenza o da colpevoli disattenzioni. Domande su un depistaggio iniziato nel 1992, ordito da vertici investigativi ed accettato da schiere di giudici.

1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?

2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94).

3. Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?

4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in città” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?

5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?

6. Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?

7. Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

8. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9. Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

10. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?

11. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?

12. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13. Perché Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?

Le mille domande ancora senza risposta sulla verità di Via d’Amelio. Con forza Fiammetta chiede. Parla del padre, del suo operato, il giudice di tutti, era per primo suo padre e lei chiede motivi, chiede luce, una chiarezza che ancora non c’è stata.

Sono tante le stragi di mafia, dopo Capaci con il giudice Falcone è toccata a Paolo.

Con voce sicura ma toccata dal dolore per la morte di Giovanni e gli uomini della scorta, dal volto di Borsellino trapela forza e coraggio, quello che si ha quando sai che toccherà anche a te.

Una famiglia, dei figli e quell’amore incondizionato per il suo lavoro.

Carte, indagini, conti, pool, Giovanni, bombe,  auto, baci in fronte, cappelli, l’ultimo clik sul citofono, questo è Paolo, eppure pare che oltre quel fare, risultanza di senso del dovere, correttezza e amore per la giustizia, v’è qualcos’altro, di più forte, sconcertante, illegale, contagioso e soprattutto occulto, statale e mafioso. Un tutt’uno, espressione di trattative, di collusioni, di prezzi pagati per appalti o favori, v’è un mondo che non chiede ma, prende ininterrottamente anche vite, come quella di Paolo quel 19 luglio del 1992 in via d’Amelio, erano le 16 e 58 minuti. Un giorno come tanti.

Mi sono chiesta sempre essendo appassionata di social e rete cosa fosse più contagioso dell’umanità? Mi sono risposta ben presto, nulla. C’è qualcosa che va oltre una tastiera, un monitor, la IA, qualcosa che si chiama battito. Il battito. Chi non lo ha sentito? Tutti, ognuno. Le madri lo sentono attraverso un monitor, i bambini appoggiati al seno materno, un uomo nel dormire accanto alla sua donna ma, come fa un battito quando si ferma? Ecco chi ha vissuto Capaci e via D’Amelio lo sa.  Sa che quegli attimi   vissuti, trasmessi, ricordati sono l’interminabile silenzio di un battito. Beh poi, certo, non si ammette il silenzio degli uomini sulla verità, non si ammette quel tacere parlante, quel perenne attimo che segue il  boato.

E’ questo che chiede Fiammetta, una verità sull’agenda trafugata, sui falsi pentiti, sulle ragioni distorte e soprattutto sugli uomini di stato corrotti.

Si cade troppo spesso nel mare del silenzio senza permettere approdo.